Sempre più giovani preferiscono confidarsi con un’AI piuttosto che chiedere aiuto psicologico.
Cosa succede se non riceviamo la risposta che desideriamo? O il risultato che ci aspettiamo? Cosa succede se la persona che abbiamo davanti ci da una risposta volontariamente spiazzante? Molto spesso ci arrabbiamo.
I più tenaci la prendono come una sfida e reagiscono a tono.
Un articolo di Le Monde discute proprio di come la nostra epoca sia caratterizzata da una rabbia pervasiva e persistente, evidente nella politica e nella cultura popolare. Questa rabbia, spesso priva di sbocchi costruttivi, può avere un effetto destabilizzante sulla società.
Non è mai facile gestire una situazione nuova, a maggior ragione se fuori dai territori di comfort. Per farlo servono competenze, le famose soft skill di cui si parla spesso oggi. Per affrontare i conflitti, le relazioni umane e le difficoltà quotidiane dobbiamo aver sviluppato intelligenza emotiva, pazienza e resistenza. E queste facoltà vanno allenate ed insegnate nella crescita, in particolare nell’età più giovane dove vengono gettate le basi. I professori, gli allenatori ed in primo luogo i genitori dovrebbero dedicare la medesima importanza all’educazione emotiva, così come agli altri aspetti cardine della crescita individuale.
Spesso oggi questo viene messo in secondo piano davanti a un’istruzione completa e una vita senza alcuna mancanza. Non si coltivano e non si insegnano particolarmente queste capacità, né in casa e nemmeno a scuola. Tra queste anche lo scontro con le proprie debolezze, l’accettazione di tali e la crescita personale interiore che ne deriva. Proprio tra i muri domestici si millantano modelli di forza bruta maschile e donne servili, in aggiunta ad una realtà colma di rischi ed esposizioni a debolezze.
Parlare con un chat bot è più facile. E questo dice molto di noi.
E così a chi puoi parlare di te? Con chi puoi mostrarti debole e chiedere aiuto?
Chiudersi in camera diventa più facile. Come è effettivamente più facile raccontare di sé a qualcuno che non ti conosce, non giudica e non mette alla prova portandoti a crescere e rafforzarti.
É più facile parlare con un chat bot. É meglio, secondo il parere di molti giovani che, sempre più spesso, scelgono di confidarsi e sfogarsi con un’intelligenza artificiale. Non perché siano strani, freddi o disconnessi dalla realtà. Al contrario, lo fanno perché la realtà, quella vera, emotiva e relazionale, è troppo ardua da affrontare. Perché parlare con una macchina sembra in fondo più sicuro.
Non c’è giudizio, non c’è confronto, non c’è rischio. Nessuno ti interrompe. Nessuno ti guarda negli occhi mentre dici qualcosa che ti fa vergognare. Nessuno ti costringe a spiegarti meglio, a tornare indietro, a sentire davvero quello che provi. Parlare con un chatbot è più facile.
E questo dovrebbe farci riflettere.
Viviamo in una società che ha messo la crescita personale in secondo piano.
Dove i genitori e le guide insegnano ai ragazzi ad essere preparati, performanti, competitivi, dando loro ogni tipo di comfort, proteggendoli dalle mancanze e puntando a un’istruzione impeccabile.
Ma dimenticando di dare loro gli strumenti per affrontare se stessi, per riconoscere le emozioni, per gestire la frustrazione, il rifiuto, il dolore.
Non si insegna più, né a casa né a scuola, come si sta nel disagio. Come si tollera l’attesa. Come si sopravvive al silenzio dell’altro. Come si affronta un “no” senza crollare. Come si chiede aiuto. Non si allena la pazienza. Non si coltiva la resistenza emotiva. Non si insegna a reggere le proprie debolezze senza vergognarsene.
E allora cosa resta?
Resta lo schermo.
Uno spazio apparentemente neutro, dove il giovane può essere chi vuole, dire tutto senza paura, cercare una comprensione che nella vita reale spesso non ha mai trovato, o non ha mai avuto il coraggio di cercare. Parlare con un chat bot diventa l’unica via per esprimersi. A volte anche davanti a difficoltà serie, i giovani non hanno alcun coraggio di chiedere aiuto, preferendo un’AI rispetto che una persona reale o ancor meglio uno psicologo.
Non hanno imparato che quel disagio é lecito, anzi fondamentale per crescere. E che scavarne all’interno potrebbe aiutarli a diventare individui più completi.
Ma il chat bot non giudica come farebbe uno psicologo, non mette in crisi, non porta a riflettere davvero. Non mette alla prova, e soprattutto non guarda negli occhi.
Ma di certo non ti aiuta come farebbe una figura umana ed esperta nel campo, È uno specchio muto. E mentre sembra offrire sollievo, lentamente disabitua alla realtà. Alla fatica delle relazioni autentiche. All’imprevedibilità dell’altro. Alla vulnerabilità che ci rende umani.
Nel frattempo, fuori da quella stanza chiusa, spesso nessuno si accorge di nulla. Ma il ragazzo non sa come chiedere aiuto. Perché non gli è mai stato insegnato. E ciò che vede online — modelli vincenti, vite senza crepe, virilità rigide, risposte sempre pronte — gli fa credere che non ci sia spazio per la fragilità. Che mostrarsi deboli sia sbagliato, che chiedere aiuto sia un errore.
Così si convince, lentamente, che la risposta sia ancora lì, nello schermo. Che sia più facile vivere a metà, senza rischi, che buttarsi in un percorso psicologico e affrontare sé stessi. Ma quella strada apparentemente più semplice è anche la più pericolosa. Perché non porta incontro all’altro, né più vicino a conoscere sé stessi.
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