Il 13 maggio un drone israeliano ha colpito il reparto ustionati dell’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Tra le vittime, il giornalista palestinese Hassan Eslayeh, 35 anni, uno dei volti più noti del giornalismo sul campo, nella regione. Con la sua morte, il numero dei giornalisti uccisi a Gaza dall’inizio dell’offensiva militare israeliana del 7 ottobre 2023 è salito a 215.
Eslayeh sapeva di essere nel mirino. Era sopravvissuto a un attacco aereo soltanto un mese prima, quando un raid aveva colpito una tenda per giornalisti. Aveva denunciato le minacce ricevute, l’accusa infamante di essere un militante di Hamas, e l’avvertimento diretto: “Il missile sta arrivando alla tua testa”. Ha continuato a raccontare, con il suo canale Telegram seguito da centinaia di migliaia di persone, ciò che accadeva tra le macerie, fino all’ultimo giorno.
Giornalisti uccisi a Gaza
Secondo l’ufficio stampa di Gaza, gli attacchi contro i giornalisti non sono incidenti ma operazioni mirate. In questo ultimo caso, l’esercito israeliano lo ha ammesso apertamente. Si colpiscono reporter, redazioni, postazioni di lavoro, e si cancella sistematicamente la voce di chi può testimoniare.
Secondo Reporter Senza Frontiere, Gaza è oggi il luogo più letale al mondo per i cronisti. Il 7 ottobre 2024, a un anno dall’inizio della guerra, erano 128 i giornalisti uccisi. In soli sette mesi ne sono morti altri 87.
Quello che sta accadendo nella Striscia non è solo una tragedia umanitaria, è anche un attacco frontale alla libertà di informazione. Quando muoiono i giornalisti, insieme a loro muore anche la possibilità di raccontare. Eppure, nonostante i rischi, i blackout, le minacce e le bombe, molti continuano a documentare ciò che accade, giorno dopo giorno, con coraggio e ostinazione.
Lo ha raccontato con chiarezza il giornalista Alhassan Selmi, collegato in diretta da Gaza durante l’incontro “Verità su Gaza: giornalisti uccisi e stragi ignorate, stop al black out dei media”, organizzato da Amnesty International Italia e Controcorrente Lazio. “Israele vuole il silenzio e bombarda deliberatamente le nostre postazioni di lavoro e uccide i giornalisti perché noi, fra mille difficoltà anche tecniche e di collegamento, facciamo uscire immagini e notizie su quanto succede”.
In quell’occasione, ospitata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, è stato ribadito un principio fondamentale: l’informazione non è un orpello, è un presidio democratico. Lo ha ricordato il presidente Carlo Bartoli, sottolineando come il primo atto politico del nuovo Consiglio sia stato un documento a favore della libertà di stampa a Gaza e dell’accesso per la stampa estera.
Il ruolo dei media occidentali: silenzio o censura?
La censura, però, non arriva solo dalle autorità israeliane. Esiste anche una forma più sottile e insidiosa: quella del silenzio mediatico. Lo ha detto chiaramente Riccardo Noury di Amnesty Italia: “I giornalisti di Gaza si chiedono se devono continuare o meno, perché anche i loro cari sono in pericolo. Vengono centrati da bombe che distruggono interi edifici per colpire loro. Si appellano ai loro colleghi occidentali, si industriano con ingegno fra black out e bombe, per continuare a inviare immagini e notizie al resto del mondo. Ma tutto questo materiale viene ignorato dai grandi media. Un silenzio inaccettabile.”
Dare voce a chi documenta non è solo un dovere professionale. È un dovere etico. Come ha sottolineato Beppe Giulietti, coordinatore di Articolo 21, “non puoi esercitare la libertà di critica senza essere tacciato di antisemitismo”. Eppure, la funzione del giornalismo dovrebbe essere proprio questa: raccontare ciò che accade, al di là delle convenienze politiche o delle narrazioni dominanti.
Oggi più che mai, in una guerra in cui si uccidono civili con le bombe, la fame e la sete, si uccide anche il diritto di sapere. E questo diritto non ci viene strappato con violenza, ma lentamente, già da molto tempo. Il silenzio, la disinformazione, “l’assuefazione emotiva” che decenni di bombardamento mediatico hanno costruito in questa società, hanno reso molti di noi troppo indifferenti alle barbarie che avvengono sotto il nostro naso. E l’unica arma che abbiamo contro questo meccanismo è l’informazione.
L’informazione non è solo un dovere. È un diritto.
Il giornalismo a Gaza non è solo cronaca. È resistenza.
Aiutaci a far nascere il Progetto Editoriale LaLettera22, contribuisci alla raccolta fondi