Oggi: 31 Agosto 2025
25 Maggio 2025
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Giovani donne e burnout: una maledizione generazionale

burnout donne

Nella società contemporanea, non è più così raro sentir parlare di giovani donne multitasking.

“Giovane madre cerca di lavorare al computer mentre accudisce il figlio.”

“Donna cerca di unire la famiglia al lavoro, ma le viene rifiutato il posto di lavoro perché vuole costruire una propria famiglia.”

Questo genere di frasi non ci suonano più nuove, anzi: stanno diventando sempre più banali perché riguardanti una problematica presente da troppo tempo e che noi, come esseri umani in una società in continuo movimento, stiamo rischiando, ancora una volta, di normalizzare.

La donna sta affrontando una crisi personale che mette a repentaglio l’equilibrio di tutti gli aspetti principali della sua vita, da quella lavorativa a quella personale, e si registrano dati sempre più elevati di casi di burnout in ancora giovane età.

Quasi la metà delle donne della Gen Z a livello globale ha riferito di essersi sentita depressa per settimane intere, e oltre il 50% dei giovani (54% Gen Z e 47% Millennial) ha sperimentato livelli di stress così alti da dover saltare il lavoro almeno una volta nell’ultimo anno lanciando così il primo forte segnale d’allarme che qualcosa, nel mondo del lavoro e della vita affettiva della donna, non va.

Il dramma del burnout femminile: perché questo fenomeno?

Prima di cominciare, cosa s’intende esattamente per burnout? Intercambiabile con le definizioni di “sindrome da esaurimento”, o “sindrome da esaurimento professionale”, con la parola burnout si indica una condizione di esaurimento psicofisico in cui si percepisce un profondo squilibrio tra le richieste del mondo esterno e le nostre capacità di gestirle.

Stando alle statistiche del report Women in workplace 2023 di McKinsey & Company, le donne sono significativamente più soggette al fenomeno del burnout rispetto agli uomini: approssimativamente una statistica del 43% femminile contro un 31% maschile.

Nel caso della donna, questo squilibrio viene più che mai accentuato dalle aspettative sociali che gravano sulle sue spalle: avere una carriera di successo, una vita affettiva appagante, un aspetto attraente, e una ricca vita sociale.

Tutto ciò si trasforma in una pressione multidimensionale, e le donne under 35 che cercano di mediare tra la propria realizzazione personale e le aspettative del mondo esterno, finiscono spesso nell’occhio del ciclone per via di episodi di stanchezza emotiva che spesso viene apertamente vista come ingiustificata, ma che nasconde quella paura infima di “non essere mai all’altezza della situazione”.

Le giovani donne di oggi sono la generazione ad essere, per prima, stata giustamente spronata a studiare per “farsi strada” nel mondo del lavoro.

“Fin da bambina la mia identità è stata essere la più brava in qualsiasi ambito…Entrando nel mondo del lavoro questo mi sta portando alla pazzia. Vedo tutti più bravi, più realizzati…” (confessione di una ragazza di 24 anni).

Le aspettative che spesso le donne si autoimpongono possono sfociare in “sindrome dell’impostore”, perfezionismo tossico e, nel peggiore dei casi, burnout.

Non è dunque un caso che dalle ultime statistiche di Linkedin si ha il dato inquietante di un lavoratore su tre sotto i 35 a rischio di burnout: ben il 47,7% dei dipendenti tra 18 e 34 anni dichiara di aver già provato sensazione di esaurimento dovuto al proprio lavoro.

Le pressioni sul lavoro

Cosa spinge una donna a sentirsi sommersa dalla sua vita e dal suo lavoro, tanto da arrivare ad un punto di crollo totale?

Non si può di certo escludere, sul piano lavorativo, gravosi fattori quali precarietà e disparità di genere. Circa i due terzi delle donne sotto i 35 ritengono di doversi impegnare molto di più dei colleghi uomini per ottenere gli stessi risultati o promozioni sul posto di lavoro.

Questo fenomeno del “soffitto di cristallo” (coniato da Marilyn Loden del New York Telephone Co.) non entra in gioco solo successivamente all’assunzione, ma già dai primi colloqui: è infatti riportato come una donna su tre sotto i 35 si sia sentita chiedere se intendesse avere figli durante un colloquio di lavoro. Oltre ad essere una domanda illecita da porre nell’ambito di un colloquio, sottolinea un diffuso pregiudizio secondo cui la maternità sarebbe un “rischio” per la produttività sul lavoro.

La gravidanza diventa così il terrore delle donne al lavoro, e unito ai salari troppo bassi e alla diffusione di contratti precari, la metà delle donne identifica nella possibile perdita del lavoro a causa di un figlio un ostacolo “mostruosamente pesante” alla realizzazione familiare. (editorialedomani.it)

Un bivio, un controsenso

Si giunge dunque ad un bivio per la donna per non finire in uno stato di sovraccarico: perseguire la propria carriera desiderata o focalizzarsi sulla famiglia.

Tuttavia, non è detto che le relazioni affettive rechino meno pressioni sulle ragazze under 35. Se le madri e le nonne a 25 o 30 anni avevano spesso già marito e figli, oggi l’età media per un primo figlio supera i 31, e questo dato risulta essere in costante aumento (32,2 anni nel 2021, che è diventato 33,2 nel 2023 secondo i dati di Fanpage.it).

Questi dati non stupiscono nella prospettiva della ricerca di una stabilità economica da parte della donna. Come cambiano le generazioni, cambiano anche i modi di sostentamento, e sicuramente l’accesso che le spetta di diritto della donna all’istruzione ed alta formazione permette di raggiungere ciò senza un sostentamento maschile.

Ciononostante, a tutte le donne sarà capitato almeno una volta di sentirsi dire, a tavola da una di quelle zie che si vedono una volta l’anno o per le feste comandate, la fantomatica frase: “Quando ti sistemi?”

Il rovescio della medaglia di un volersi sistemare economicamente, dunque, è la pressione di un fantomatico countdown che scatta non appena si superano i 30 anni per via delle aspettative sociali e personali: partner fisso, matrimonio, figli – tutte tappe considerate unica fonte di realizzazione della propria vita privata.

Aspetto fisico: la tirannia della perfezione estetica

Un’ipotetica stabilità lavorativa e familiare è messa a repentaglio da un fattore interno ed esterno nel mondo di una donna: la perfezione dell’aspetto fisico.

In una cultura e società ipervisuale come la nostra, in cui fin dall’adolescenza il corpo femminile non è di chi ne ha l’appartenenza, ma di chi ne può fare giudizio, anche online, è una problematica da cui è difficile poter scappare. Il risultato di ciò è che un terno delle donne in Italia (circa il 36,4%, secondo recenti statistiche) ammette di avere un rapporto negativo con il proprio corpo.

Questo affligge specialmente le frange più giovani della popolazione femminile, che appaiono molto meno indulgenti con sé stesse rispetto alle più anziane: il 57% delle donne under 35 che dichiara di valutare positivamente il proprio corpo viene abbattuto dal 43% che riporta di vivere un rapporto molto conflittuale con lo specchio.

Un’indagine dell’Eurispes disegna uno scenario in cui l’aspetto della donna viene continuamente sollecitato. Solo nell’ultimo anno, ben il 72,8% del campione femminile ha ricevuto commenti non desiderati riguardanti il proprio corpo.

Che siano commenti apparentemente positivi (come ad esempio “Sei dimagrita!”) o commenti del tutto negativi che spronano addirittura all’utilizzo di chirurgia estetica per “correggere” qualche tratto fisico, non si può negare che le conseguenze psicologiche siano pesanti.

Si prova ad adattarsi a standard irrealistici per molte, si sperimentano diete estreme solo per entrare in un vestito scomodo ma pur sempre considerato “sexy” per conformarsi alle aspettative, e la frustrazione provata per non riuscire a raggiungere il peso forma si fa sentire sempre di più.

Si raggiunge una vera e propria fobia dell’essere “tagliati fuori” (fenomeno noto come FOMO, Fear Of Missing Out) in cui la donna sente di dover raggiungere certi standar per potersi permettere di appartenere ad una cerchia sociale o a un seguito, anche minimo, sui social.

Si va, quindi, alla ricerca di una vita sociale “da copertina.”

Alla ricerca di un equilibrio sostenibile

Ma la vita sociale da copertina non sistema la vita delle donne, anzi: la pressione arrecata alla donna non fa che nuocere ancora di più al suo stato psicofisico.

Dai casi esposti emerge un quadro chiaro: il carico mentale che grava sulle donne under 35 è reale, multidimensionale e – se ignorato – potenzialmente deleterio per la sua salute.

In Italia, secondo i dati Ansa, si stimano oltre 16 milioni di persone con un disagio mentale medio-grave, una cifra cresciuta del 6% in due anni, e che riguarda in primo luogo donne e giovani adulti. Attacchi di panico, depressione e disturbi psicosomatici si sono radicati nella generazione contemporanea, alimentati anche dall’esperienza collettiva della pandemia e delle incertezze socio-economiche recenti.

Il carico mentale delle giovani donne è un fenomeno complesso, ma non ineluttabile. Come dimostrano le testimonianze raccolte, liberarsi la pressione dell’essere perennemente perfette è difficile, ma non impossibile: si possono riconoscere i propri limiti senza colpevolizzarsi, chiedere supporto quando serve, e soprattutto alzare la voce quando delle questioni al lavoro o nella vita privata sembrano ingiuste o immorali.

Il primo, fondamentale, passo verso un equilibrio deve essere lo scegliere di rallentare e ascoltarsi come vero e proprio atto rivoluzionario.

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Pavese, classe 2005. Ha intrapreso un percorso di studi in Psicologia, che ha abbandonato per iscriversi a Lettere Moderne presso l’Università di Torino, legandosi al mondo del giornalismo e della divulgazione.
Nel giugno 2024 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie con la casa editrice Dantebus, in seguito alla vittoria di un concorso nazionale.
Appassionata di storia, politica e cultura, coltiva un interesse costante per l’evoluzione del pensiero e il ruolo della parola nel dibattito pubblico, promuovendo il bisogno per la società della scrittura e lettura come mezzo di conoscenza più profondo.

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