Gli Stati Uniti hanno deciso di scaraventarsi con forza nelle relazioni internazionali imponendo sanzioni pesanti contro Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. Un attacco politico e simbolico, più che giuridico, che denuncia con trasparenza come l’alleanza Usa-Israele non tolleri la più minima critica verso le violenze e le violazioni sistematiche perpetrate a Gaza.
Un’accusa che suona come censura
Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di “campagna di guerra politica ed economica contro Stati Uniti e Israele”, accusando Albanese di aver esercitato pressioni indebite sulla Corte Penale Internazionale affinché emetta mandati di arresto contro cittadini israeliani e statunitensi. Ragione ufficiale? Un generico sospetto di antisemitismo insieme a una presunta compromissione con “gruppi legati ad Hamas”.
La critica cade proprio sul punto centrale: Albanese ha documentato – con tanto di rapporti e fatti – che le campagne militari di Israele a Gaza possono rientrare nella definizione giuridica di genocidio, oltre a delineare un sistema di apartheid strutturale che alimenta il profitto di imprese occidentali . Ma chiedere alla Corte di rendere conto di queste gravi violazioni non è “guerra politica”, è solo la diretta applicazione del diritto internazionale.
Se il “sovranismo” sanziona la giustizia
Il cuore ideologico della vicenda è qui: l’ortodossia Usa-Israele sostiene impunemente il potere militare israeliano oscurando ogni critica, catalogata come “sovversione” o “campagna delegittimante”. Di fatto, le sanzioni rappresentano un colpo diretto all’indipendenza dei relatori ONUsiani, che – per statuto – non possono essere fermati da pressioni politiche esterne.
Ormai, la narrazione dominante negli ambienti del potere continua a spacciare come “antisemitismo” ogni critica al governo israeliano – proprio per delegittimare chi denuncia le sue politiche verso i palestinesi. In questo modo, si alimenta non solo un clima autoritario, ma anche uno scudo morale che impedisce ogni vera risposta internazionale alle violazioni commesse nella Striscia.
Il rapporto che fa infuriare
Pochi giorni prima delle sanzioni, Albanese aveva reso pubblico un minuzioso rapporto a Ginevra: dettagliava i legami di oltre sessanta grandi aziende—tra cui Leonardo, Lockheed Martin, Amazon, Microsoft, BlackRock e Booking—con il sistema di occupazione e i crimini a Gaza. Chiedeva un embargo totale sulle armi verso Israele e la sospensione di ogni convenzione economica con Tel Aviv.
Questa mossa ha provocato un’insurrezione diplomatica: da un lato Israele ha lanciato frenetiche campagne online per “delegittimare” la relatrice, bollandola come “complice di Hamas”; dall’altro Washington è corsa a difendere Tel Aviv con sanzioni preventive, dimostrando in maniera palese che per le potenze occidentali l’economia e l’industria militare di Israele sono intoccabili.
Solidarietà e resistenza internazionale
La risposta transnazionale non si è fatta attendere. Amnesty International ha definito le misure “un attacco all’indipendenza degli organismi internazionali” e ha esortato altri Stati a contrastarne gli effetti. Personalità pubbliche di spicco – da Matja Nemec (che ha proposto Albanese per il Premio Nobel per la Pace), passando per Yanis Varoufakis fino a Laura Boldrini – hanno espresso piena solidarietà.
Intanto, la stessa relatrice ha risposto con una dichiarazione netta su X (ex Twitter): “Sto saldamente dalla parte della giustizia, come ho sempre fatto”, definendo le sanzioni “una tecnica di intimidazione in stile mafioso”.
Un precedente pericoloso
Non si tratta di una mera punizione amministrativa, ma di un precedente che mira a zittire ogni iniziativa di responsabilità verso i crimini commessi sotto l’ombrello militare israeliano. Già l’amministrazione Trump, nel febbraio 2024, aveva sanzionato l’ICC e il suo procuratore Karim Khan, reo di aver emesso mandati nei confronti di esponenti israeliani.
Il messaggio oggi è chiaro: la “sovranità nazionale” – ovvero, il diritto a commettere violenze impunemente – è superiore al diritto internazionale. Una visione che non solo ignora la legalità, ma la straccia apertamente.
La voce italiana nel fango
Come cittadina italiana e voce indipendente delle Nazioni Unite, Francesca Albanese incarna la professionalità e l’impegno giuridico. Formata tra Pisa, Londra e Amsterdam, con decenni di esperienza sul terreno e decine di premi internazionali (tra cui il “Premio Dries van Agt” nel febbraio 2025 e il “Stefano Chiarini” nel 2023), non si può etichettare come “estremista” senza cadere in una narrazione ideologica e faziosa.
Questo episodio non è solo una crisi diplomatico-legale, è una ferita aperta nelle coscienze. Se un relatrice ONU che denuncia genocidio e profitti della guerra viene accusata e colpita come un nemico dello Stato, allora vuol dire che qualcosa di fondamentale – la legalità internazionale, la memoria delle vittime palestinesi, l’ethos delle democrazie – è ormai compromesso.
Le sanzioni USA a Francesca Albanese non colpiscono solo lei, ma tutta la comunità internazionale che crede nel diritto come strumento di pace. Ed è una vergogna che tutto ciò avvenga in nome della “difesa” di un regime che pratica apartheid e genocidio sotto lo sguardo complice della più potente superpotenza mondiale.