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22 Luglio 2025
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G8 di Genova: storia di una repressione di Stato

g8 di Genova

Genova, luglio 2001. Il mondo guarda all’Italia. Dal 20 al 22 luglio si tiene il vertice del G8, ospitato nel cuore della città ligure. Otto capi di Stato e di governo si riuniscono nel blindatissimo Palazzo Ducale: George W. Bush (USA), Tony Blair (Regno Unito), Jacques Chirac (Francia), Gerhard Schröder (Germania), Junichiro Koizumi (Giappone), Jean Chrétien (Canada), Vladimir Putin (Russia), e Silvio Berlusconi.

Fuori da quelle mura, c’è una città sotto assedio: chilometri di barriere, reticolati, zone rosse e blu, cecchini sui tetti, perquisizioni, rastrellamenti, controllo totale. Berlusconi, con la sua solita visione illuminata, sceglie Genova, una città fatta di vicoli, piazze strette, scorci impraticabili, e ci piazza dentro un numero spropositato di poliziotti e carabinieri. Mentre gli otto potenti si barricano dentro il Palazzo Ducale, fuori c’è il mondo vero. Quel mondo che protesta. Quel mondo che dice: “Voi 8, noi sei miliardi”.

Il G8 di Genova non è un semplice vertice internazionale. È uno spartiacque, un laboratorio di repressione, un trauma collettivo. È lì che lo Stato italiano sceglie di mostrare la sua vera faccia. Non quella delle istituzioni democratiche, del confronto civile, della libertà di parola. Ma quella dei manganelli, dei calci, dei lacrimogeni sparati in faccia, dei corpi a terra.

Un movimento che aveva ragione

Il movimento che scende in piazza viene etichettato – per semplificare – “no-global”. Ma è un movimento complesso ed eterogeneo: ci sono attivisti per l’ambiente, femministe, cattolici, studenti, operai, ong, migranti. Ci sono i centri sociali, ma anche le parrocchie. Giovani con lo zaino e madri con i figli, sindacalisti e missionari, anarchici e cattolici progressisti. È tutta una parte di società che rifiuta l’idea che il 20% del pianeta decida per il restante 80%.

È un movimento pieno di energia, con una visione chiara: no alla mercificazione della vita, no al saccheggio delle risorse, no alla devastazione ambientale, no alla disuguaglianza crescente. E sì a una globalizzazione dei diritti, della giustizia sociale, dell’ambiente, della dignità. Eppure oggi, nel discorso pubblico italiano, si parla raramente delle ragioni di Genova. Si ricordano gli scontri, i black bloc, le vetrine spaccate. Ma non si racconta ciò che ha portato centinaia di migliaia di persone in strada: la visione di un mondo più giusto.

Carlo Giuliani, 23 anni

Il 20 luglio 2001, Carlo Giuliani, 23 anni, viene ucciso in piazza Alimonda. Un carabiniere gli spara in faccia. Le versioni ufficiali parlano di legittima difesa. Poi aggiungono il dettaglio tecnico-balistico: il proiettile sarebbe rimbalzato su un sasso o su un oggetto metallico prima di piantarsi nel volto di Carlo. Perché in effetti parrebbe strano che un carabiniere addestrato a sparare finisca per centrare in pieno volto un ragazzo, e lo faccia per legittima difesa. Meglio far rimbalzare il colpo. Come se non bastasse, mentre è a terra, la jeep dei carabinieri gli passa sopra. Due volte.

E poi, ovviamente, parte la macchina del fango: Carlo aveva un estintore. Allora se l’è cercata. Perché un ventitreenne in una piazza piena di botte dovrebbe stare buono, con le mani in tasca, magari sorridere alla celere mentre prende le manganellate. Altrimenti è un delinquente. E gli si può passare sopra con una macchina. Due volte.

La notte della democrazia sospesa

Il giorno dopo, 21 luglio, alla scuola Diaz, un gruppo di poliziotti fa irruzione. Dentro ci sono manifestanti, volontari, giornalisti. Alcuni dormono, altri scrivono o leggono. Entrano e pestano tutto: corpi, letti, teste.

Una ragazza viene presa a pugni in faccia finché pensano di averla ammazzata. Si fermano solo per quello. Nessuna resistenza, nessuna minaccia: solo corpi vulnerabili massacrati da uno Stato in divisa. Poi, via a Bolzaneto, in caserma, dove inizia il secondo tempo.

Qui, secondo testimonianze, racconti e le stesse sentenze giudiziarie, i fermati vengono accolti a schiaffi, sputi, insulti. Spinti contro i muri a braccia alzate, costretti a restare in piedi per ore, senza bere, senza andare in bagno. Chi cede, viene preso a calci. Manganellate ai testicoli. Ginocchiate. Minacce di stupro.

Vengono costretti a cantare “Viva il Duce” e inni fascisti. Chi si rifiuta, viene picchiato. Chi piange, umiliato. Alcuni sono costretti a urinarsi addosso. Altri vengono colpiti con spray urticanti direttamente in faccia o dentro le celle. I feriti non vengono curati, ma derisi. Tutto questo avviene in una caserma dello Stato. In un Paese dell’Unione Europea. Nel 2001. E non è un’opinione: la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per le torture avvenute lì, riconoscendo la violazione dell’articolo 3 della Convenzione di Strasburgo.

Promossi dopo le botte: curriculum da Diaz

La Corte di Cassazione – Sezione V penale – con sentenza definitiva n. 38085 del 5 luglio 2012 (depositata il 2 ottobre), ha confermato le condanne per falso ideologico aggravato nei confronti di venticinque funzionari coinvolti nell’irruzione alla scuola Diaz. Le pene vanno da tre anni e mezzo a quattro anni di reclusione. Tuttavia, nessuno ha scontato un solo giorno di carcere, grazie a prescrizioni, decorrenza dei termini e, soprattutto, all’indulto del 2006, che cancellava tre anni di pena per quasi tutti i reati.

Nessun carcere, e carriere che proseguono: molti dei condannati sono diventati questori, capi reparto, dirigenti. Lo Stato ha picchiato, mentito, falsificato. Poi ha premiato se stesso.

I media al servizio del potere

Nel frattempo, giornali e TV fanno la loro parte: criminalizzare i manifestanti, santificare la polizia. Prima del G8 si parlava di palloncini pieni di sangue infetto, di black bloc con armi chimiche, persino di Bin Laden tra i manifestanti – chissà, forse era fan di Manu Chao.

Hanno costruito il terrore e preparato l’opinione pubblica al massacro. Nessuno che raccontasse le vere ragioni della protesta: distribuzione della ricchezza, giustizia climatica, accoglienza, dignità del lavoro. Tutti a parlare dei black bloc, utili per nascondere i manganelli sulle teste dei pacifisti. Peccato che poi, tra i 360 arrestati, nessuno risultasse appartenere ai famigerati black bloc. Nemmeno uno tra i 560 feriti o tra le 93 persone massacrate alla Diaz.

Le ragioni di Genova sono ancora valide

Le ragioni di Genova, sono diventate urgenti. Chi scese in piazza denunciava disuguaglianze, sfruttamento, devastazione ambientale, controllo globale delle risorse. Lo gridava forte, e lo faceva insieme, con coraggio. Oggi, si vive in un Paese in cui il potere è sempre più blindato, arrogante, repressivo. L’Italia del G8 è l’Italia di adesso: un Paese che manganella il dissenso, che protegge il privilegio, che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un Paese dove si punisce chi alza la testa, e si premia chi la piega nel verso giusto. Genova non è un capitolo chiuso. È il riflesso di un’Italia che non è mai cambiata. Non è stato imparato niente. E allora si deve ricominciare da lì. Dalla rabbia che non si spegne. Dalla memoria che non si lascia archiviare.

Per chi c’era a Genova. Per chi ha lottato. Per chi ha preso le botte.

Per Carlo, eterno ragazzo.

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Nata nel 1998 in Basilicata, si è trasferita a Firenze per intraprendere gli studi universitari, laureandosi in Chimica presso l’Università degli Studi di Firenze, città in cui attualmente vive. Alla solida formazione scientifica affianca una profonda passione per la letteratura e la geopolitica, ambiti che esplora con curiosità e spirito critico. Convinta del valore del pensiero interdisciplinare, unisce nei suoi interessi l’analisi razionale della scienza e la complessità delle dinamiche culturali e internazionali.

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