La cancel culture è davvero nuova? Esempi storici di “epurazione culturale”
Dall’antica Roma ai social media: un viaggio tra storia, psicologia e riflessioni sul fenomeno che ridefinisce l’identità collettiva.
Che cos’è la cancel culture?
La cancel culture è la classica espressione che tutti hanno sentito nominare ma nessuno sa nello specifico cosa voglia dire. E non a torto: il suo significato è così ricco di sfaccettature da non poter essere incasellato in una definizione univoca. C’è chi sostiene che si tratti di una forma di censura nei confronti di personaggi politici con atteggiamenti inaccettabili, chi invece la interpreta come l’eliminazione di elementi anacronistici rispetto alla cultura attuale. Insomma, il bacio non consensuale del principe a Biancaneve e i movimenti di abolizione dei monumenti ad opera dei Black Lives Matter convivono nello stesso contenitore.
Nonostante questo, c’è un errore che tutti commettono: credere che la cancel culture sia un fenomeno nuovo.
Cancel culture: fenomeno antico, parola nuova
L’errata credenza secondo cui questa espressione sia una tendenza recente, è strettamente legata alla sua diffusione mediatica.
Il termine ha iniziato a circolare in America a partire dal 2014, quando il produttore discografico Cisco Rosado ha detto in diretta TV all’allora fidanzata Diamond Strawberry “You’re cancelled“. Questa espressione ha raggiunto la fama diventando virale sul Black Twitter, inizialmente come espressione rivolta ad amici e conoscenti, per poi indirizzarsi a celebrità e personaggi di prestigio.
In un attimo, “ti cancello” è diventato il nuovo modo per dire “non hai più il mio supporto”.
È la rivolta delle masse. Grazie ai social, il potere di zittire non è più solo delle élites, ma è finalmente il popolo a poter togliere il palcoscenico ad un personaggio pubblico condannandolo e negandogli il proprio sostegno. Basta avere uno smartphone e una connessione ad internet.
Questo dissenso in America si è esteso ben oltre, con il tentativo da parte del movimento Black Lives Matter, di eliminare i simboli della memoria storica americana.
Tuttavia, la viralità conferita dai social non rende il fenomeno esclusivo del nostro tempo. La storia insegna che si tratta di dinamiche cicliche e ricorrenti.
Nell’antica Roma, durante l’età imperiale, era consuetudine cancellare il nome di un condannato, eliminandolo da iscrizioni pubbliche e monumenti. Lo stesso accadeva per gli imperatori deposti: i loro nomi venivano rimossi, le statue abbattute, le tombe distrutte e i ritratti raschiati dalle monete.
In Francia dopo la caduta della Bastiglia, si sviluppò il vandalismo rivoluzionario, legato al processo di scristianizzazione. Questo portò alla distruzione sistematica di chiese, monasteri, opere d’arte sacre e al sequestro (o furto) di oggetti religiosi come candelabri, pissidi e tabernacoli.
In Italia, dopo il 25 luglio 1943, furono distrutti busti, monumenti e fotografie del Duce, dagli stessi che pochi giorni prima indossavano con fierezza le loro camicie nere. E come non citare infine, George Orwell con 1984? Sebbene si tratti di un romanzo, la trama descrive una società che ridefinisce completamente il suo passato, epurandolo.
La psicologia dell’epurazione – perché ne abbiamo bisogno?
Se questo fenomeno è così ricorrente, una domanda sorge spontanea. Cosa porta gli individui a rinnegare una parte della loro storia? La risposta è complessa.
Secondo il filosofo e sociologo Maurice Halbwachs si tratta di una ridefinizione dell’identità collettiva. Dal momento che la memoria collettiva è plasmata dai gruppi di appartenenza, se un gruppo si evolve, può tentare di rimuovere i vecchi simboli per ridefinire i valori attuali del gruppo dominante.
A questa interpretazione, si aggiunge il contributo di David Riesman, che sottolinea il ruolo della pressione sociale ed emotiva. Secondo il sociologo, infatti, le masse reagiscono emotivamente a simboli percepiti come offensivi, e ne attuano la rimozione spinti dal desiderio di conformità e approvazione.
Una costante del passato, presente e … futuro?
Nonostante le epoche e i diversi significati, la cancel culture è senza dubbio una manifestazione ciclica della necessità umana di ridefinire la propria identità collettiva. La sua diffusione attraverso i social media ha amplificato il fenomeno, rendendolo certamente più visibile ed immediato, ma non nuovo.
La necessità del cambiamento è parte integrante dell’uomo, e questo fa presumere che questo fenomeno ci accompagnerà anche nel futuro. Non senza rischi. Cancellare il passato anziché elaborarlo e comprenderlo, non ci regalerà semplicemente una nuova pagina bianca, ma ci farà perdere preziose lezioni che ci permetterebbero di costruire un futuro diverso, migliore. Allora, la domanda che necessariamente dobbiamo porci diventa questa: come possiamo bilanciare la necessità di evolverci culturalmente senza rinnegare completamente ciò che ci ha portato fin qui?
Fonti: