Oggi: 31 Agosto 2025
9 Giugno 2025
5 minuti di lettura

Un Paese contro il suo referendum: come si tenta di silenziare la democrazia

Per un argomento così importante avrei voluto scrivere un articolo molto più “freddo e neutrale”, un articolo da cui non trasparisse un pensiero fazioso, ma i tempi sono cambiati e stanno cambiando molto velocemente e, con la tempesta di fake news, informazioni imprecise e di censura che gira su qualsiasi canale aperto a tutti, diventa sempre più difficile restare neutrali.

Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025 dovrebbe essere un momento alto di partecipazione democratica. Si tratta di cinque quesiti abrogativi che riguardano settori essenziali della vita civile e costituiscono scelte che riguardano tutti i cittadini, ricordiamoli velocemente:

  1. Contratto a tutele crescenti (scheda verde chiaro) – abrogazione della parte del Jobs Act che prevede indennizzi economici al posto del reintegro in caso di licenziamento ingiustificato;
  2. Piccole imprese (scheda arancione) – estensione delle tutele previste per i lavoratori delle grandi aziende anche a chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti;
  3. Contratti a termine (scheda grigia) – riduzione dei limiti alla durata e alle proroghe consentite per i contratti a tempo determinato.
  4. Sicurezza sul lavoro (scheda rosso rubino) – abrogazione delle norme sulla responsabilità solidale del committente nelle filiere complesse, misura che riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori.
  5. Cittadinanza italiana (scheda gialla) – abrogazione della norma che impone 10 anni di residenza legale in Italia allo straniero maggiorenne extracomunitario per richiedere la cittadinanza: in caso di vittoria del Sì, il requisito riporterebbe l’attesa a 5 anni di residenza continuativa.

Tema dopo tema, questi referendum toccano il lavoro, i diritti sociali, il lavoro temporaneo, la salute sul lavoro e il diritto alla cittadinanza. Questioni fondamentali per la dignità, l’accesso ai diritti e la partecipazione di milioni di persone, soprattutto giovani, lavoratori precari, famiglie straniere e comunità locali.

E invece, nonostante questa portata democratica, il referendum si sta trasformando in un caso nazionale di censura strisciante, boicottaggio istituzionale e disinformazione sistematica.

Inviti all’astensione e silenzio istituzionale

A lanciare il segnale più grave è stato Ignazio La Russa, presidente del Senato, seconda carica dello Stato. Ha pubblicamente invitato gli italiani a non andare a votare. Un gesto che, in un Paese la cui Costituzione, all’articolo 1, si apre definendo l’Italia come una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla sovranità popolare, suona come una ferita ai principi fondamentali della democrazia. Ma il clima istituzionale che circonda questo referendum è da settimane segnato da silenzi, ostilità e ostacoli.

A rafforzare questo disegno è arrivata anche la dichiarazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: ha detto che andrà al seggio, ma che non ritirerà la scheda. Un messaggio chiaro e consapevole: chi si reca al seggio senza ritirare la scheda viene comunque conteggiato tra gli aventi diritto, ma non tra i votanti effettivi, contribuendo così ad abbassare la percentuale di affluenza e a far mancare il quorum. È un’azione deliberata che, sotto una facciata di partecipazione, mira in realtà al sabotaggio della consultazione democratica.
Il solo obiettivo — più volte dichiarato da esponenti di governo e della maggioranza — è proprio questo: impedire che il referendum raggiunga il quorum, affinché i quesiti decadano senza neppure essere discussi nel merito.
Un atteggiamento del genere, da parte di chi ricopre le più alte cariche dello Stato, non può essere considerato accettabile né tantomeno normale. È un’offesa al principio di sovranità popolare, ma soprattutto è un affronto a tutte le cittadine e i cittadini che hanno promosso il referendum e a chi ha il diritto di esprimersi liberamente su questioni fondamentali.

Intanto, nessuna campagna informativa nazionale è stata avviata. Nessuna comunicazione ufficiale da parte dei comuni. Nessun invio di materiale cartaceo ai cittadini. La sensazione, oserei dire la certezza, è che si stia facendo di tutto per lasciare il referendum nell’ombra, affinché passi inosservato, affinché non venga discusso.

La propaganda sotto controllo

Mentre il Governo si defila, chi prova a informare i cittadini si ritrova nel mirino delle autorità. È successo a Roma, al centro commerciale Casilino, dove il 10 maggio scorso alcuni sindacalisti della CGIL sono stati identificati dalla polizia mentre distribuivano volantini informativi sui referendum. Nessun atto violento, nessun blocco, solo volantinaggio pacifico.

Il segretario regionale della CGIL Natale Di Cola ha denunciato: “Non è la prima volta. Le forze dell’ordine identificano a tappeto attivisti solo perché danno un volantino, chiedendo autorizzazioni non previste da nessuna normativa.”
E ancora: “Mentre le autorità di Governo invitano all’astensione e al boicottaggio della democrazia, c’è chi s’inventa provvedimenti per limitare la propaganda elettorale.”

Non si è trattato di un caso isolato. Episodi simili si sono verificati anche a Termini e durante il Concertone del Primo Maggio, dove — paradossalmente — la piazza era stata organizzata proprio dal sindacato.

La censura algoritmica

A questa inquietante sequenza di ostacoli sul territorio si aggiunge un altro livello: quello digitale. Da settimane, diversi utenti segnalano un comportamento anomalo di Meta AI, il chatbot integrato nelle principali app del gruppo Meta, incluso WhatsApp.

Se si pongono domande sul referendum, Meta AI inizia a rispondere e poi cancella il messaggio in tempo reale, sostituendolo con una frase standard: “Per ottenere informazioni più precise, mettiti in contatto con il tuo ufficio elettorale locale.” Nessun link utile, nessun riferimento ai quesiti, nessuna risposta concreta. Un comportamento anomalo, soprattutto se confrontato con qualsiasi altra richiesta: chiedetegli gli orari del cinema vicino casa e vi fornirà link, mappe e dettagli. Ma sul referendum no. Solo una risposta generica, sempre la stessa, come se l’argomento fosse stato intenzionalmente neutralizzato. Ed è proprio questo silenzio selettivo, ripetuto e programmato, a renderlo ancora più inquietante.

Come possiamo affidarci a spazi digitali che fingono di essere neutri mentre decidono cosa possiamo o non possiamo sapere?

Perché tutto questo dovrebbe preoccuparci

Non è solo questione di referendum. È questione di salute democratica. Di diritto all’informazione. Di libertà di parola. E di partecipazione.

Un popolo che non viene informato, che viene dissuaso dal votare, che si ritrova a discutere di questioni fondamentali senza alcuna copertura istituzionale o mediatica, è un popolo che viene sistematicamente depotenziato.

In un contesto del genere, la neutralità è già una scelta politica. Tacere è prendere posizione. E questo silenzio diffuso, organizzato, persino programmato nei codici di un algoritmo, ci riguarda tutte e tutti.

Il silenzio è indifferenza, mentre i nostri diritti ci vengono sottratti con il sorriso. È un insulto a chi ha lottato perché noi potessimo avere quella libertà che oggi trattiamo come scontata. Restare zitti non è un modo per agire, né un modo per reagire. È abbandonare il campo, proprio mentre la democrazia viene smantellata pezzo dopo pezzo, sotto gli occhi di tutti.

Segnali di speranza e il corretto modo di reagire

Quando l’intelligenza artificiale di Zuckerberg tace, l’intelligenza umana si alza, prende spazio, illumina le piazze. È successo a Roma, nella notte tra il 5 e il 6 giugno, quando una scritta gigantesca è apparsa a Piazza del Popolo: “8 e 9 vota 5 Sì”. Una frase semplice, enorme, visibile dall’alto, realizzata dal comitato studentesco del Lazio per i 5 Sì. L’hanno posizionata nella notte, accompagnandola con fumogeni e fuochi rossi, per rompere il silenzio mediatico e istituzionale che circonda il referendum. “Non è intelligenza artificiale, lo abbiamo fatto davvero”, hanno scritto sui social condividendo le immagini. In un Paese dove anche le piattaforme digitali oscurano le domande sul referendum, sono stati studentesse e studenti – liceali e universitari – a ricordare che partecipare è un atto politico. Visibile. Concreto. Inequivocabile.

E allora per reagire è questo ciò che bisogna fare: atti forti, d’impatto e non violenti che dimostrino che il cambiamento può avvenire e che parte dal singolo che sceglie di unirsi a un gruppo.

E se nessuno lo dice, se la TV tace, se il potere dice NO, è il momento di dire SI.
E se non si desidera votare SI al referendum, bisognerebbe comunque presentarsi ed esprimere con il voto il proprio dissenso (ed è proprio grazie a dei NO che oggi abbiamo il divorzio, diritto che altrimenti avremmo perso nel 1974).

Andiamo a votare. È un diritto, ma anche il dovere di un popolo sovrano.
I seggi saranno aperti domenica 8 giugno dalle 7:00 alle 23:00 e lunedì 9 giugno dalle 7:00 alle 15:00. Tutto ciò che serve è un documento d’identità valido e la tessera elettorale.

In caso di smarrimento o esaurimento spazi, è possibile richiederne una nuova presso l’ufficio elettorale del proprio comune: molti comuni resteranno aperti anche nei giorni precedenti al voto. Partecipare è il primo passo per difendere la democrazia. Non lasciamo che decidano per noi.

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Catanese d'origine, romana d’adozione. Dopo gli studi in Lingue, Cinema e Comunicazione, ha intrapreso un percorso nel mondo della scrittura che prosegue dal 2017. Ha collaborato come pubblicista con riviste e blog, per poi specializzarsi come creative copywriter a partire dal 2018, lavorando con agenzie, brand e progetti culturali.
Appassionata di arte e intrattenimento, coltiva un particolare interesse per il cinema, i videogiochi e le nuove forme di narrazione. Crede profondamente nel valore dell’informazione libera e accessibile, e nel potere della cultura di generare consapevolezza.
Attraverso il suo lavoro cerca di restituire verità, autenticità e significato, contribuendo a costruire un immaginario più ricco e condiviso.

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