7 Luglio 2025
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Netanyahu cadrà? La verità sulle accuse, i processi e il suo futuro politico

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Benjamin Netanyahu è una figura divisa tra due immagini nette e contrastanti. Per alcuni, un condottiero che ha difeso Israele con tenacia e intransigenza; per altri, un leader autoritario responsabile di crimini di guerra e di un conflitto protratto. Ma per comprendere la complessità della sua figura – e così del destino dello Stato ebraico – bisogna scavare in profondità: nella sua famiglia, nel contesto ideologico e nelle scelte che hanno segnato Israele negli ultimi decenni.

Le radici di una visione politica: Benzion e Jabotinsky

Benjamin Netanyahu ha ereditato molto di suo padre, il noto storico Benzion Netanyahu. Lo studioso di Giudaismo medievale, figlio dell’Olocausto, nutriva una visione estremamente radicale della difesa ebraica: rifiuto dei compromessi territoriali, sospetto verso ogni dialogo pacifico e grande fiducia nel potere del più forte. Questo radicalismo, spesso deriso nella prima Israele socialista, venne associato dall’intellettuale al movimento di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista. Jabotinsky propugnava una difesa armata dello Stato ebraico – un “muro di ferro” – e minimizzava la possibilità di coesistenza araba.

Pur rifiutando il compromesso, quel pensiero venne accolto da figure politiche come Menachem Begin (Herut) e, più tardi, dal Likud, partito che avrebbe formato Benjamin Netanyahu. Per molti anni, questa eredità radunò solo una minoranza, ma la svolta, alla fine del Novecento, l’avrebbe resa egemone.

Il peso della diaspora americana e la strategia di potere

Quando Benzion, deluso dal panorama politico israeliano, si trasferì negli Stati Uniti portando con sé la famiglia, il giovane Benjamin scoprì la retorica americana. Studente del MIT e di Harvard, dopo il servizio militare nelle unità d’élite del 1973, divenne consulente strategico nella prestigiosa Boston Consulting Group. Fu là che apprese il neoliberismo: marketing, immagine, comunicazione mediatica e opinione pubblica.

La conversazione americana diventerà parte fondamentale della sua tattica politica: idea a sé stesso come “uomo forte”, comunicatore efficace, mediatico e abile diplomaticamente. La sua rete americana – da Romney ai conservatori, oltre a uno stretto rapporto con la lobby AIPAC – costituì la sua forza internazionale.

Dalla diplomazia ONU al Likud: l’ascesa al potere

Rientrato in Israele nel 1988, Netanyahu porta con sé quella miscela ideologica e comunicativa, e inizia la sua scalata: prima come rappresentante ONU, poi come esponente del Likud. In poco tempo, la sua figura potente emerge come oppositore dell’establishment impegnato nei negoziati per la pace (Oslo), accusati di tradimento o debolezza. La retorica securitaria e nazionalista diventa la sua arma comunicativa.

Negli anni dell’intifada e dentro la svolta che portò all’assassinio di Rabin (1995), Netanyahu incarna la visione della destra ribelle. L’omicidio porterà all’ascesa, nel 1996, di Netanyahu a primo ministro con la promessa di sicurezza assoluta, sicurezza e affrontare gli attacchi mirati.

Economia neoliberale, rivoluzione social e tensioni interne

Durante i due governi (1996–1999, 2009–), Netanyahu avvia una stretta neoliberale: privatizzazioni, tagli al welfare, liberalizzazione dell’economia. Israele diventa la “Startup Nation”, con boom tecnologico e investimenti globali. Ma il trade–off si paga: disuguaglianze sociali, crisi abitativa, tensioni e proteste diffusamente percepite, culminate nel 2011 nel movimento sociale.

Il fulcro politico ed economico di Netanyahu si nutre del mix fra “muraglia di sicurezza” e “economia veloce” – l’Oish liberalism – un progetto che al tempo stesso galvanizza una élite ma ne aliena una larga parte della popolazione.

Netanyahu e la diplomazia in crisi: Iran, Hamas e relazioni dissonanti

La diplomazia estera del leader rimane controversa e segnata da scelte radicali. Nel 2015, brucia ogni rapporto con Obama con il famoso discorso contro l’Accordo sul nucleare iraniano al Congresso USA. È un pubblico atto di rottura, volto a consolidare l’immagine di un leader unilaterale.

Contestualmente, la strategia verso Hamas assume una dimensione tattica: incoraggiare la divisione palestinese per indebolire Fatah e rinviare la soluzione politica. Una scelta cinica, ma praticata a fini strategici.

Il ritorno sul trono: Netanyahu 2.0

Le accuse di corruzione e l’isolamento interno sembravano aver portato, nel 2021, alla sconfitta politica. Ma il rientro nel 2022 fu un successo “fallimentare” della sinistra. Il governo Netanyahu si nutrì di alleati fortemente filo-religiosi e ultranazionalisti (Ben-Gvir), e lanciò un progetto di riforma della magistratura che venne percepita come illiberale, generando proteste settimanali.

Contemporaneamente, il conflitto con Gaza esplose nell’offensiva ottobriana 2023 che mise in crisi la narrativa securitaria e regalò a Netanyahu una stagione di consenso militare.

L’egemonia del conflitto: guerra, repressione, isolamento internazionale

All’indomani del massacro del 7 ottobre 2023, Netanyahu reagisce con una risposta militare feroce: bombardamenti su Gaza, migliaia di morti civili, problemi sul piano diplomatico (denunce di crimini di guerra, condanne internazionali, tensioni con EU e USA). A casa, Netanyahu punta a riunificare la sua base; all’estero, l’immagine di Israele viene segnata da un’isolamento crescente.

La figura di Benjamin Netanyahu è il risultato di un mosaico: ideologia revisionista, cultura americana, esperienza militare, abilità comunicativa e consolidamento economico. Una miscela esplosiva in grado di tenere il potere per oltre vent’anni, pur suscitando tensioni e scontri.

Il futuro lo diranno la società israeliana, la comunità internazionale e le nuove generazioni: che tipo di Israele emergerà dalle sfide del neoliberismo, delle divisioni politiche e dell’equilibrio instabile tra sicurezza e democrazia?

Riminese, classe 1997. Direttrice editoriale di LaLettera22, un portale di informazione nato con l’obiettivo di raccontare la complessità del mondo attraverso l’approfondimento e la divulgazione di varie tematiche culturali.

Dopo la laurea in Lettere e culture letterarie europee presso l’Università di Bologna, ha proseguito il suo percorso accademico specializzandosi in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Da sempre appassionata di storia, geopolitica e comunicazione, ha trasformato il suo interesse in una missione divulgativa, lanciando il progetto Lettera22 sui social per rendere la cultura più accessibile e stimolare il dibattito su temi di attualità.

Oltre a dirigere il portale, lavora come articolista e social media manager, curando strategie editoriali e contenuti per il web. Il suo lavoro unisce analisi critica, narrazione e innovazione digitale, con l’obiettivo di avvicinare il pubblico a temi spesso percepiti come distanti, rendendoli fruibili e coinvolgenti.

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