L’ennesimo atto disumano di un governo accusato di crimini di guerra sta prendendo forma sotto gli occhi del mondo. Con la scusa di creare una cosiddetta “città umanitaria”, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta progettando il trasferimento forzato dell’intera popolazione della Striscia di Gaza: circa 2 milioni di persone. È l’ultimo tassello di una strategia violenta e premeditata, che ha poco a che fare con l’assistenza umanitaria e molto con la repressione e la pulizia etnica.
Un piano di deportazione mascherato da “salvezza”
Il piano è stato annunciato dal ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, che lo ha presentato come una “soluzione umanitaria”: concentrare centinaia di migliaia di palestinesi in una zona chiusa a Rafah, nel sud della Striscia. Una narrazione ipocrita e distorta, visto che lo stesso Katz ha ammesso che, una volta entrati nella città, i palestinesi non potranno più uscire. Il progetto, che dovrebbe partire con il trasferimento forzato di 600mila persone da al Mawasi, punta a chiudere l’intera popolazione dentro un’area sovraffollata, priva di risorse e sorvegliata da militari israeliani a distanza.
Non è la prima volta che Israele impone spostamenti forzati di massa con il pretesto della sicurezza. Ma qui siamo oltre la propaganda: si tratta di una deportazione sistematica, lenta e brutale, che viola il diritto internazionale e i più basilari principi umanitari.
Condizioni disumane, test arbitrari e nessuna via di fuga
Secondo il piano, prima di entrare nella “città umanitaria”, i civili palestinesi dovranno sottoporsi a non meglio precisati “test” per verificare legami con Hamas. Un sistema ambiguo e facilmente strumentalizzabile che rischia di diventare un filtro arbitrario per segregare ancora di più la popolazione. Nel frattempo, al Mawasi è già un inferno: carenza totale di cibo, acqua, assistenza medica, condizioni igieniche disastrose. Eppure, anziché fornire aiuti, Israele vuole spingere altri civili in quell’abisso, affermando che sia per il loro bene.
La cosiddetta città “non sarà gestita dall’esercito israeliano” – ha detto Katz – ma da “organizzazioni internazionali”, senza specificare quali. Come nel caso della Gaza Humanitarian Foundation, dietro l’apparenza di aiuto c’è in realtà il pieno controllo israeliano su distribuzione di cibo e risorse, con effetti devastanti: file infinite, raid nei centri di distribuzione, gente uccisa mentre cerca da mangiare.
Il vero obiettivo: espellere i palestinesi da Gaza
Il piano – inquietantemente simile a progetti coloniali del passato – prevede che i palestinesi possano lasciare la “città” solo per emigrare in altri paesi. Un’idea già proposta a febbraio da Donald Trump, e sonoramente respinta dai governi arabi. In pratica: prima li si rinchiude in una zona di emergenza permanente, poi si cerca di “scaricarli” altrove. Nessuna proposta di ricostruzione, nessun piano di convivenza. Solo isolamento, fame, trauma e, infine, espulsione.
La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, concentrarvi la popolazione e costringerla a fuggire, così da completare un processo di epurazione demografica. Non è umanitarismo, è un piano diabolico e cinicamente calcolato.
Una macchina di propaganda e repressione
Non è la prima volta che Israele usa parole come “zona umanitaria” per mascherare bombardamenti e assedi. Al Mawasi, teoricamente sicura, è stata più volte bombardata. Le ONG indipendenti sono state rimpiazzate da enti controllati dallo Stato israeliano. L’assistenza diventa un’arma: se obbedisci, mangi; se disobbedisci, muori di fame. Anche l’autorevole quotidiano israeliano Haaretz ha denunciato la perversione del linguaggio usato dal governo, definendo il piano «una distorsione inquietante».
Israele vuole piegare il linguaggio alla guerra, trasformando vittime in colpevoli e chi bombarda in salvatore. Ma non ci si può più nascondere dietro la retorica: Netanyahu sta progettando un crimine di massa, sotto il silenzio complice della comunità internazionale. E ogni giorno che passa senza una condanna, rende tutti un po’ più colpevoli.
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